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Senza diritto all’oblio impossibile rifarsi una vita

“Ho sbagliato e pagato ma la gogna è un ergastolo

Il difficile viene dopo. «Io – spiega con un filo di autoironia Milko Pennisi – sono stato in collegio da ragazzo e in quell’ambiente ho imparato una disciplina che mi è tornata utile quando sono finito a San Vittore».

Scaraventato in cella per aver accettato una tangente. «Sono rimasto dietro le sbarre cinquanta giorni e poi sono andato ai domiciliari per altri quattro mesi, ma ho reagito bene, ho ammesso il mio errore, ho riconosciuto di aver sbagliato». Una volta. Una sola: non esisteva un sistema Pennisi. I pm l’hanno cercato in lungo e in largo ma non hanno trovato nulla.

Solo che il cronometro non è più ripartito e il futuro fa fatica a prendere forma. È un paradosso: «Ho finito di scontare la mia pena, ma la condanna non se ne va, diventa una specie di malattia cronica che ti porti addosso. Vivi in una sorta di limbo paludoso: tutti allargano le braccia, ti guardano con un sospiro e alla fine, senza che ti dicano una parola, tu sai perfettamente che quell’episodio, quell’unico episodio che ti ha macchiato la fedina penale e la coscienza, è un muro invalicabile».

Pennisi, esponente «rampante» di Forza Italia, era il presidente della Commissione urbanistica del Comune di Milano e l’imprenditore che lo incastrò ebbe pure l’accortezza di riprendere con una telecamera nascosta il passaggio delle banconote.

Carriera finita: flash&manette. Succedeva quasi dieci anni fa ma è come se fosse accaduto ieri e Pennisi ha cominciato a studiare una via d’uscita, una exit strategy che ha un nome ben preciso: diritto all’oblio. «È l’unica soluzione, ammesso che ne esista una, altrimenti resti perennemente inchiodato a quel maledetto febbraio del 2010. Io – insiste – ho ottenuto pure la riabilitazione, diciamo che da un pezzo sarei pronto per reinventare la mia vita, naturalmente lontano dalla politica perché ho tradito chi aveva riposto in me la fiducia, ma non c’è niente da fare: vai a un colloquio di lavoro e mentre tu racconti che hai due lauree, in giurisprudenza e antropologia sui nativi digitali, e aggiungi che hai un curriculum di un certo spessore, soprattutto nella gestione dei centri convegni, quelli smanettano su internet, trovano il passato, gli articoli che mi riguardano, e si bloccano. Una smorfia si disegna sui loro visi: Ci spiace, ma sa…».

Le conversazioni si chiudono tutte allo stesso modo con quel supplemento di riprovazione a scoppio ritardato che, goccia dopo goccia, diventa un compagno fisso. Si, paradosso dei paradossi, nell’Italia dove la pena non è certa, e anzi ballerina, la condanna non se ne va più. Diventa, per una rudimentale legge del contrappasso, un ostacolo insormontabile che tutte le volte ritorna fuori. Pena spesso virtuale, ma ergastolo della gogna.

«È come se fossero trasmesse sempre le stesse immagini della tua esistenza e tu sei costretto a rivederle tutti i giorni, in una maledizione senza fine».

Può sembrare strano, ma ad aiutare Pennisi lungo il percorso accidentato del riscatto sono state due persone che in teoria avevano poco a che spartire con lui, anzi stavano, se così si può dire, dall’altra parte della barricata: Milly Moratti, che in consiglio comunale era collocata a sinistra, e Gherardo Colombo, ex magistrato, per lunghi anni con Di Pietro e Davigo nel Pool Mani pulite, spesso frettolosamente scambiato per uno dei campioni del giustizialismo tricolore. «Ci conosciamo da sempre – riprende Pennisi – mi sono confessato con lui e lui mi è stato vicino nei momenti bui, come la Moratti che veniva a trovarmi quando gli altri politici, soprattutto quelli della mia parte, facevano finta di non conoscermi. Anche Colombo non mi ha mai abbandonato». In privato e anche in pubblico, mostrando sul campo che il diritto a una seconda chance non può rimanere confinato in un angolino della Costituzione.

«Mi sono iscritto alla sua associazione Sulle Regole, e negli spazi di ChiAmaMilano, inventati e gestiti dalla Moratti, abbiamo dato vita ad un convegno sul diritto all’oblio».

Tutti d’accordo i relatori, compreso Peter Gomez, giornalista notissimo, direttore del Fattoquotidiano.it: a certe condizioni e dopo un periodo congruo di tempo, è giusto voltare pagina. «Certo, in quell’occasione – aggiunge Pennisi – l’avvocato Umberto Ambrosoli ha parlato dell’importanza della memoria, ma non credo onestamente che si possa paragonare l’assassinio di suo padre Giorgio, commissionato da Michele Sindona, con la mia debolezza».

E invece in Italia i motori di ricerca sfornano e aggiornano in tempo reale verdetti irrevocabili che fanno il vuoto, liste di proscrizione immodificabili, anatemi per l’eternità che non distinguono. Basta un clic e la rete all’istante agguanta l’autore di crimini inenarrabili come chi ha commesso una leggerezza, chi ha confessato e chi si ostina a negare, chi fa vita da eremita e chi ha avuto la faccia tosta di rientrare nel circuito pubblico.

No, non può essere cosi. «Le persone possono cambiare – scandisce senza alcun imbarazzo Colombo – e la vita è un film che scorre, non una fotografia, sempre la stessa con quell’azione sbagliata. Per questo anche il diritto all’oblio deve essere riconosciuto».

Umanità&empatia, a dispetto di tanti stereotipi e luoghi comuni. «Ho fondato un sito – riprende Pennisi – che si chiama Reputation Partners. L’idea è proprio quella di lavorare in modo professionale sulla reputazione e posso dire che più di un inquisito eccellente ha già bussato alla mia porta». Ma non è facile, in attesa di una legge che non c’è: basta un’incursione sul web per essere risucchiati dalla macchina del tempo. «Ho spiegato a mia figlia dodicenne quel che avevo attraversato prima che lei lo scoprisse da sola – è la conclusione – altri non sono stati cosi fortunati».

è un articolo di Stefano Zurlo, pubblicato da “il Giornale” il 17 novembre 2019

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